Menu principale:
Racconti
IL LUPO MANNARO di Mario Sibilia
Era una calda e umida serata di un'estate di tanto tempo fa. Una di quelle serate di afa insopportabile, dopo un temporale pomeridiano, tra i vicoli stretti del paese a Civita, quando non si riesce a far nulla e non si riesce neppur a star fermi. Un pastore, appena tornato stanco dal lavoro, fradicio di sudore, cominciò a sentire dentro di sé un malessere insopportabile, non riusciva a star seduto a tavola, dentro e fuori dalla porta, il collo della camicia troppo soffocante, le scarpe scomode, la cinta dei calzoni troppo stretta....
Uscì sull'uscio della porta per prendere un po' d'aria.
In cielo, alle prime ombre della notte, cominciava ad apparire all'orizzonte una tonda luna piena che diffondeva un suffuso chiarore dai monti giù per la vallata. Il pastore era inquieto.
La moglie gli si avvicinò, gli chiese: - Che hai?
- Niente, niente - rispose e come a voler trovare lì per li una risposta plausibile, asciugandosi il sudore della fronte, continuò:
- Devo andare, devo andare.
- Ma dove devi andare ? Formai notte - rispose la moglie.
- Devo andare a far la guardia alle pecore. Ho un brutto presentimento. Ci sono tanti ladri in giro.
La donna si era abituata a stare sola la notte perché spesso il marito non tornava a casa per vigilare sul suo gregge e per guadagnar tempo per i lavori dei campi. Per questo spesso non tornava a casa la sera. Ma questa volta la donna aveva la vaga sensazione che il marito avesse qualcosa di strano. Tuttavia, preparato il tascapane, lo porse al suo uomo raccomandandogli:
- Va bene, ma stai attento!
- Starò attento. Ma ora, anche io, prima di andare, ti devo fare una raccomandazione. E con uno atteggiamento quasi implorante le prese, in una stretta convulsa, le mani e tremolante e fremente continuò:
- Questa sera, a mezzanotte, sentirai bussare alla porta. Qualcuno ti chiederà, ti implorerà di farlo entrare. Tu, non aprire per nessuna ragione al mondo. Tu, invece, prenderai quel fazzoletto di lana rosso e lo getterai dalla finestra. Poi tornerai subito al letto.
Ciò detto, l'uomo, senza ulteriori indugi, uscì dalla porta e scomparve nel buio della notte.
Figuriamoci con quanta preoccupazione, ansia, terrore la povera donna tornò al letto. E inutile dire che non chiuse occhio ma ripensava e ripensava e cercava una spiegazione alla stranezze del marito, marito che era sempre stato calmo, posato, tranquillo e ora... come in una metamorfosi improvvisa sembrava nervoso, insofferente, ansiogeno.
Pensava, pensava.
Le ombre della stanza, una volta familiari, ora incutevano paura. L'orologio del campanile della Chiesa batteva la Mezzanotte. Passò qualche attimo. Toc, toc, toc...
Dalla porta si sentì un frenetico toc toc.
La donna, memore delle raccomandazioni del marito, prende il fazzoletto di lana rosso, s'avvicina alla finestra, controlla dalla fessura delle persiane. Non si vede nessuno, apre di scatto, butta via il fazzolettone rosso, richiude in fretta, ritorna veloce al letto, si nasconde sotto le lenzuola.
Dopo qualche attimo interminabile rimette la testa fuori.
Dalla strada giungono rumori strani, respiri affannosi, rantoli, ululati. Un nodo le blocca la gola, il petto.
Si fa coraggio, si alza, si avvicina alla finestra, guarda di nuovo attraverso le fessure delle persiane.
E cosa vede?
Un uomo seminudo si agita correndo freneticamente di qua e di là; la carnagione rosea e liscia si riempie di grossolane squame marronastre; irte setole coprono il petto, le gambe, il mento, la fronte; dalle dita delle mani e dei piedi si allungano adunche unghie come artigli terribili. Il volto prende forme terrificanti con la fronte sporgente. Sopracciglia grosse e arcuate racchiudono occhi di fuoco. Le orecchie lunghe e affusolate. Gli cresce una lunga coda...
La bestia si rotola per terra nelle pozzanghere di acqua. Ruspa e strappa erbe e piante dal terreno. Volge lo sguardo verso la luna piena, latra, ulula. Afferra il fazzoletto di lana rosso, lo strappa, lo mangia, lo riduce a brandelli, lo divora. Abbondante bava gli fuoriesce dalla bocca.
Non c'era più dubbio: era il lupo mannaro!
La povera donna atterrita si sentì sola, corse via, si ranicchiò in un angolo della casa, chiuse gli occhi, pianse e singhiozzò a lungo. Pian piano richiamava alla mente i racconti dei lupi mannari sentiti da bambina e a cui non aveva mai creduto perché li considerava frutto della fantasia perversa degli uomini.
Ora, però, il lupo mannaro era una realtà, una terribile realtà.
Finalmente quell'interminabile notte cedeva lentamente il passo al nuovo giorno. Riassettò la casa, preparò tutto, si avviò verso la campagna per andare incontro al marito. Lo trovò che si apprestava, dopo aver munto le pecore, a fare il formaggio. Avvicinatasi, porse all'uomo un tozzo di pane da inzuppare nel latte appena munto per la colazione. Ma.....
Rimase impietrita!
Fili e lembi dell'inconfondibile fazzolettone di lana rosso che aveva gettato dalla finestra nella terribile notte precedente uscivano e sporcavano la bocca del suo uomo.
Non ebbe più dubbi: il lupo mannaro ero suo marito che ora era tornato un uomo calmo, tranquillo, rassicurante e premuroso.
La donna riuscì a controllare la sua preoccupazione, la sua paura, il suo terrore. Si, ma poi, che fare?
Tornata a casa, andò in Chiesa, chiese del prete a cui raccontò l'accaduto e la sua angoscia.
Il saggio prete la rassicurò e le spiegò cosa fosse la licantropia, la malattia del lupo mannaro e la periodicità dei sintomi in coincidenza della luna piena.
La donna si tranquillizzò.
Ad ogni buon conto, quando c'era la luna piena, si inventava sempre qualcosa per stare lontana dal marito.