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di A.Petrivelli
Era una gelida serata invernale; il vento soffiava forte ululando lungo la valle e sui tetti delle case come fosse un'animale ferito, facendo sbattere le persiane delle finestre usurate dal tempo e vibrare le porte delle case che chiudevano male; attraverso i cardini della porta e tra le fessure delle finestre passavano spifferi d'aria gelida che entrando in casa raffreddavano le pareti e noi che stavamo dentro perchè fuori nevicava ed una coltre bianca aveva sepolto tutto il suolo; sulle strade, sui tetti e sui rami degli alberi si vedeva questo candore bianco di neve, che si depositava maggiormente dove il vento la spingeva formando dei cumuli eccessivi . Eravamo vicini al camino dove ardeva una fiamma vivace ed ogni tanto si sentiva qualche scoppiettìo prodotto dal fuoco che bruciava la legna bagnata. Io, tua nonna e tua madre stavamo attorno al camino e ci scaldavamo davanti al fuoco, mentre tu eri leggermente scostato da noi e dormivi dentro il cunnolone avvolto in una pesante copertina di lana marrone scuro vicino a tua madre, che mentre sferruzzava un gomitolo di lana grigia per farne una maglia, ti cullava ogni volta che abbozzavi un pianterello.
Vicina al camino tua nonna di tanto in tanto alimentava il fuoco attizzando la legna che bruciando si allontanava dalla fiamma e allargava le braci ardenti alla base dello stesso, mentre folate di fumo spesso ci avvolgevano perchè il vento con la sua forza non gli permetteva di uscire dalla tromba del comignolo e lo respingeva all'interno provocando dense nubi che ci facevano scostare dal camino invadendo noi e tutta la casa, depositandosi sulle pareti e sul soffitto che erano diventate quasi cinerine dal continuo contatto, che era frequente in questo periodo . Quel fumo amaro ci faceva lacrimare e nello stesso tempo ci faceva soffiare il naso irritato; ma passata l'ondata ci risistemavamo davanti al fuoco che ci riscaldava solo davanti mentre dietro eravamo congelati e per compensare questo, portavamo degli indumenti pesanti; Io indossavo una grossa giacca di velluto verde ,tua
nonna aveva sulle spalle un grande fazzolettone nero e tua madre un pesante scialle color marrone scuro; trascorrevamo la serata chiacchierando e riferendo quello che avevamo fatto durante il giorno e quali sarebbero state le prospettive del domani se il tempo non si fosse addolcito perchè avendo le mucche in campagna, lontane dal paese, le dovevo pure accudire ma se la neve non mi permetteva di raggiungerle sarebbe stato un grosso guaio anche se quel giorno avessi riempita la mangiatoia più del solito con fieno e paglia ma dovevo anche abbeverarle e pulire il letame della notte .
Erano circa le sette di sera, la cucina dove stavamo era diventata quasi buia a causa del fumo che ristagnava dentro la casa e la notte con l'oscurità che avanzava soffocava il debole chiarore della luce elettrica , che rimaneva accesa fino alle prime ore dell'alba ; non c'era l'impianto elettrico autonomo nelle case e l'illuminazione era contemporanea a quella del paese; La stanza della cucina ora veniva illuminata anche dal chiarore del fuoco che proiettava le nostre ombre ingrandite e tremolanti sulle pareti dei muri.
Il vento aveva smesso di soffiare , ma la neve scendeva giù lentamente a larghe falde aumentando sempre di più il volume col suo manto bianco che aveva raggiunto oltre i dieci centimetri di spessore; fuori dalla casa c'era un buio pesto non si vedeva ad un palmo dal naso, tua madre infilando i ferri nella matassa di lana e poggiandola su una sedia disse: "io vado a dormire..." e prendendoti in braccio ti coprì ben bene ed io prendendo la copertina che era rimasta nel cunnolone gliela misi sulle spalle in maniera che tutti e due foste ben riparati dal freddo, ci salutammo ed uscii di casa per andare a letto. Aperta la porta il chiarore della cucina illuminò l'esterno della casa , che era completamente al buio ma risaltava il biancore della neve che permetteva una chiara visione dell'ambiente in cui si era; per accedere alla casa vicina, nella quale c'era la nostra stanza da letto, si dovevano percorrere quattro metri di distanza da dove abitavamo e per arrivare alla porta d'ingresso si dovevano salire cinque scalini, che ora erano ricoperti di neve. Questo tragitto lo facevamo tutte le sere per questo ero tranquillo della sua uscita di casa tant'è vero che le dissi di lasciare aperta la porta della cucina, che poi l'avrei richiusa io. Quella sera però non avevo previsto che la neve a causa del vento avesse potuto ricoprire tutti gli scalini d'ingresso ma ero convinto che il muro ad angolo della casa li aveva sicuramente protetti per questo non mi preoccupai ad accompagnarla! Non erano passati neanche tre minuti dall'uscita di tua madre e stavo dicendo a tua nonna che andasse anche lei a letto, quando fui attratto da uno strano suono che somigliava al miagolio di un gatto; in principio quasi flebile poi sempre più forte e non mi pareva più un miagolio ma il vagito disperato di neonato, a questo punto mi avvicinai alla porta ancora aperta, che spandeva il chiarore all'esterno e con mia sorpresa ti vidi al di sotto la scala della casa accanto ad una sagoma nera, era tua madre distesa sulla neve e il tuo pianto che proveniva oltre... più in basso; con voce eccitata chiamai subito tua nonna e le dissi : "corri ....che Teodora è caduta! " Tua nonna si alzò di scatto dalla sedia e subito mi venne incontro e a quella vista esclamò: "Oddio che guaio è successo!" mi precipitai a raccoglierti e visto che eri tutto infagottato ti misi in braccio a lei , che subito ti portò dentro casa cercando di calmarti ed io mi misi subito a prestare le cure a tua madre,che giaceva come morta a terra in una chiazza di sangue che si era sparsa intorno alla testa. Cercai subito di rianimarla dandole piccoli schiaffetti sul viso, scuotendole le spalle, chiamandola per nome e appena vidi i primi segni di rinvenimento l'abbracciai e la portai in casa adagiandola sul tavolo della cucina e mi dedicai completamente a lei.
Aveva un viso bianco, cadaverico e freddo, la sua bocca emetteva qualche mugugno e un rivolo di saliva le colava dalle labbra violacee sul mento e il sangue che era uscito dietro la nuca ,che al contatto della neve si era momentaneamente arrestato ,nelle manovre di rifarle riprendere i sensi era rincominciato ad uscire e aveva inzuppati i capelli, che teneva raccolti in testa da due trecce, lo scialle e la camicia che aveva addosso. Tua nonna dopo averti calmato facendoti bere della camomilla ti rimise nel cunnolone e subito venendo in mio aiuto e con voce trafelata disse : "come sta?" ..."Non lo so!" le risposi e le feci preparare dell'acqua calda per pulirle il viso sporco di sangue che era uscito dalla ferita della testa; scostai i capelli del capo per vedere il punto da dove sanguinava e con grande stupore scorsi un grosso taglio dietro la nuca; non sapendo che fare le tamponai lì per lì la ferita con una mano, poi mi feci dare da tua nonna un asciugamano e glielo avvolsi intorno alla testa facendole una specie di turbante e poggiai la nuca sul tavolo in modo da esercitare una compressione sulla ferita per arrestare l'emorragia in attesa dell'arrivo del dottore.
I vicini di casa che si erano accorti dello strano richiamo che avevo fatto nel chiamare tua nonna con voce eccitata, si erano allertati e aprendo le porte delle loro case, mi avevano visto trafficare col peso che avevo in braccio..... tutti accorsero a portare il loro aiuto .....e chiedendomi come fosse successo, ma senza dare tante spiegazioni dissi che tua madre era caduta dalla scala di casa e chiesi loro di andare a chiamare il medico, che abitava a trecento metri da noi; si offrì il mio compare Domenico che è anche mio cugino e dopo un quarto d'ora circa ricomparve col medico che appena mi vide disse: "Francè che è successo? ", avevo un groppo alla gola e le parole per rispondergli non mi uscivano dalla bocca ma riuscii motteggiando a dirgli che tua madre era caduta dalla scala d'ingresso dell'altra casa mentre tentava di aprire la porta; il dottore posò la sua borsa su una sedia ed avvicinatosi a tua madre, che aveva la testa avvolta dall'asciugamano che le avevo messo per tamponare la ferita mi disse: "levaglielo vediamo cosa s'è fatta..."; la ferita che era stata tamponata fino a quel momento appena tolto l'asciugamano rincominciò a sanguinare .
Il dottore vista l'ampia lacerazione del cuoio capelluto disse : "qui ci vogliono dei punti per arrestare l'emorragia!...", ed aprendo velocemente la borsa ne trasse un paio di guanti di gomma che calzò subito ed un rasoio da barba, poi mi chiese di tenere ferma la testa perchè doveva tagliare un po' di capelli e a tua nonna di stare più vicina a lui con una candela accesa per fargli luce e vederci meglio durante l'intervento; tagliò un po' dei capelli , scoprì i lembi della ferita e con un ago e del filo le mise cinque punti sulla testa ; finito di suturare applicò sulla ferita della polvere bianca e sopra mise delle garze e con una fascia le fece una bendatura compressa intorno al capo. Durante questo intervento tua madre non fece un lamento ed ogni tanto mi chiedeva dove stavi e come stavi ed io le rispondevo sempre che stavi bene e che eri nel cunnolone che dormivi. Finito l'intervento il dottore prese una grande pezza bianca ed imbevutala con dell'acqua ossigenata pulì il viso ed il collo di tua madre che si era sporcato di sangue prima e durante l'intervento e mentre faceva questo le parlava "Come ti senti?... e' tutto finito...! e' andata bene... se stavolta la puoi raccontare devi ringraziare tuo figlio.. che con il suo pianto ha dato l'allarme!..." e dopo aver tolti i guanti, lavate le mani, riavvolse i ferri che aveva usati per l'intervento e li ripose nella borsa, poi rivolto a tua nonna le disse : "Peppì adesso pensaci tu a dare una pulita generale e falle subito un brodo caldo così si riscalda un po'; trema tutta povera figlia sia per il freddo che per il sangue che ha perso e copritela bene quando la portate a letto!". Poi rivolto a me: "Francè adesso fagli prendere questa pastiglia -era un confettino bianco grande come un cece - le farà passare un po' il dolore... domani mattina ripasso per vedere come sta!", poi salutate tutte le persone che per l'accaduto avevano occupata la cucina con la loro presenza, esce di casa riaccompagnato da mio cugino Domenico. I vicini che erano intervenuti furono tutti pronti a dare il loro supporto; chi ti cullava se piagnucolavi, chi attizzava il fuoco e aggiungeva altra legna se questa si affievoliva, chi si prodigava ad eseguire eventuali richieste del medico ,visto che tua nonna non poteva espletarle perchè mobilizzata a far luce con la candela al capezzale di tua madre, insomma tutti erano attivi ed premurosi a causa dell'incidente accaduto.
Erano trascorsi dieci minuti che il medico se ne era andato quando sentimmo delle urla che si avvicinavano verso casa e dicevano: "...me l'hanno ammazzata.!!!... me l'hanno ammazzata!" ed apparve come una furia sulla porta di casa, tua nonna Marietta, la madre di tua madre che chissà chi l'aveva informata..... male. Alla notizia che la figlia era caduta dalle scale ed aveva la testa tutta insanguinata e che non si sapeva cosa si fosse fatto, aveva pensato che i responsabili dell'accaduto fossimo stati io e tua nonna Giuseppina; ma una volta che vide la figlia e fu messa al corrente a stento soffocò il pianto e non faceva che ripetere chiamandola per nome "...come stai figlia mè, che disgrazia doveva succedere...!" poi rivolta a me disse: "...come è successo??" ed io con calma le raccontai quello che era accaduto. Nel frattempo i vicini lentamente se ne tornarono alle loro case salutandoci e dicendo di non fare complimenti se avessimo avuto bisogno di loro in seguito....... li salutai e ringraziai tutti per la disponibilità e tempestività del loro interessamento; ed intanto fuori la neve continuava a scendere lentamente come se nulla fosse accaduto...